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Toscana, Luana aveva 22 anni e un figlio piccolo: uccisa dal suo lavoro

Morire così, schiacciati da una macchina tessile, a 22 anni. Non si può. 
E’ questo il pensiero comune che si diffonde con vigore nel megafono social, il giorno dopo una tragedia che, nel 2021, si fa ancor più fatica a digerire. 
Iacopo Melio scrive: “Continuare a morire sul lavoro è inaccettabile, oggi. E io non so se farlo a 22 anni, da neo-genitore, lo sia ancora di più”.

Luana d’Orazio aveva 22 anni e lavorava, per un simpatico scherzo del destino, in una ditta che portava proprio il suo nome: l’”Orditura Luana”, azienda tessile della zona industriale di Montemurlo. Operaia da meno di un anno, Luana viveva a Le Querci, periferia di Pistoia, con la famiglia e suo figlio di 5 anni – Alessio –  che aveva avuto appena 17enne. 

Luana viene ricordata come una ragazza solare, gran lavoratrice.
Nel 2018 aveva anche partecipato come comparsa al film di Leonardo Pieraccioni “Se son rose”. 

La titolare, l’altra Luana, è svenuta quando le è stata riportata la notizia. Un dramma che denuncia, per l’ennesima volta, la mancanza di reali sicurezze sul posto di lavoro: la giovane sarebbe rimasta impigliata nel rullo dell’orditoio, un grande attrezzo meccanico che l’ha catturata fatalmente. Un collega che era in prossimità dell’incidente, girato di spalle, non si è accorto di niente né ha sentito richieste di aiuto finché, voltandosi, non ha visto il tragico accaduto.

Il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani ha riportato sulla propria pagina Facebook: “Non si può morire sul lavoro a nessuna età. Luana, una giovane mamma di 22 anni è rimasta coinvolta in un incidente sul lavoro, intrappolata in un macchinario tessile, nell’azienda dove lavorava a Oste, nel comune di Montemurlo (Prato). Lascia un bambino piccolo alla quale va tutta la vicinanza di una regione intera. Continueremo ad impegnarci costantemente per la tutela del lavoro, per tutti e sicuro. Che la terra ti sia lieve.”

Queste, invece, le parole di Orlandi della Cgil: “Morire di lavoro a 22 anni, in una azienda e per colpa di un macchinario, sembra di raccontare una realtà diversa da quella che dipingono i nostri e le nostre giovani svogliati, insofferenti, disadattati e stanchi. C’è chi lavora e quel lavoro se l’è portata via. La responsabilità di far morire di lavoro riguarda tutti e tutte noi. Non è sfortuna, non è sventura e non è neanche solo colpa di tutti quei soggetti preposti a salvaguardare la salute e la sicurezza di chi lavora. Riguarda la responsabilità collettiva di tollerare la superficialità e l’incuria, di non accanirsi abbastanza per il rispetto delle regole, degli orari di lavoro, dell’accurata manutenzione delle strumentazioni dei macchinari, sempre e comunque. Perché le tragedie accadono e allora, solo in queste circostanze, pensiamo a come avremmo potuto evitarle.”

Matteo Merciai

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