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Superlega: il pallone è vostro ma lo prendiamo noi

Ce li vedevate Letta, Salvini, Boris Johnson e Macron tutti d’accordo su un tema? Probabilmente non sarebbe accaduto nemmeno nelle barzellette deluxe di Berlusconi, eppure è successo tutto insieme, come in un violento temporale estivo, nel giro di poche ore.

La politica entra a gamba tesa nel calcio. E una volta tanto, i tifosi benedicono questo tackle durissimo. L’idea di una Superlega è troppo anche per chi lo sport non lo segue, o lo guarda ogni tanto, oppure (come più spesso capita) lo guarda solo quando può fruttare consensi.

Eccoli allora, i politici nostrani e non solo, unanimi nel condannare un progetto che inquieta e lascia sbigottiti: un campionato privato, un giardino dorato per poche ricche che, come facevano i bambini più capricciosi quando si giocava al campetto sotto casa, prendono il pallone e se lo portano via.

Perché la Superlega è esattamente questo: un circuito chiuso o quasi (quindici società vi parteciperebbero perpetuamente, altre cinque entrerebbero a rotazione) che riunisce la crema della crema europea, le ricche e blasonate inglesi, le tre big storiche del calcio italiano, le potentissime spagnole.

Un Eden multimiliardario dove circola molto più denaro che in Champions, un circo pallonaro dove non esistono le retrocessioni ma, dicono le società che vi hanno aderito, “si garantisce lo spettacolo”.

Già, infatti provate ad immaginare lo spettacolo di una Superlega che sostituisce la Champions League e che probabilmente, per i tifosi di Juventus, Inter e Milan, sostituirà anche la Serie A, competizione dalla quale le tre società potrebbero venire escluse dall’UEFA. Provate a chiedere ad un interista se sia disposto a rinunciare a vincere lo scudetto per giocare qualche volta in più contro il Barcellona o il Manchester City: e ricordatevi, prima di chiederglielo, di indossare il paradenti.

Di qui gli interventi della politica per cercare di risolvere il conflitto sociale e naturalmente economico che deriverebbe da un pandemonio simile: una Serie A senza le tre big varrebbe più o meno quanto una casa al Vicolo Stretto del Monopoli, con conseguente danneggiamento del “giochino-calcio” che in Italia dà da mangiare a migliaia di persone.

Ma ancora più importante è il messaggio che il simpaticissimo Andrea Agnelli ed il presidente del Real Madrid, Florentino Perez (gli “ideologi” della Superlega) stanno facendo passare nei confronti di tutti gli appassionati di quello che è per distacco il gioco più bello del mondo: l’esempio di una quindicina di uomini in giacca e cravatta che rubano il pallone dalle mani di un bambino nella periferia di Napoli, di Buenos Aires, di Belgrado, di Nairobi, con la pretesa di poterci fare più gol.

Dimenticando totalmente che il pallone appartiene, da sempre, alla gente, a noi che a fine mese magari ci arriviamo zoppicando, ma non possiamo rinunciare a guardare una partita della nostra squadra del cuore. Il pallone è nostro, ma lo vogliono gestire loro.

Un secolo fa il calcio fermò la Grande Guerra per un giorno: non vi erano riusciti nemmeno i tanti uomini in giacca e cravatta che andavano e uscivano dalle ambasciate di mezza Europa. Oggi, un secolo dopo, quegli stessi uomini in giacca cravatta si vendicano, rubando quel pallone e scatenando di nuovo la Guerra.

Lorenzo Topello

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