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SREBRENICA, 25 anni di dolore

“Sarebbe meglio non fosse piuttosto che sia così come oggi è la nostra Srebrenica. Nulla di morto né di vivente in lei può più abitare”.

Nell’inizio della poesia “Le lacrime delle madri di Srebrenica” di Abdulah Siran, poeta e scrittore bosniaco, è rinchiuso tutto il dolore di un popolo distrutto. Il genocidio di Srebrenica, il più tremendo crimine perpetrato in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, mezzo secolo dopo è ancora una ferita aperta nel cuore della Bosnia, dell’Europa e del mondo, e la sua eco continua a distruggere l’anima dei sopravvissuti, a torturare la coscienza di chi si voltò dall’altra parte e a sconvolgere chi a distanza di anni sente il dovere di tenere viva la memoria.

L’11 luglio del 1995 le truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladic entrarono a Srebrenica, enclave musulmana in una Bosnia orientale controllata quasi interamente dalle truppe dell’autoproclamata Repubblica serba di Bosnia, guidata da Radovan Karadzic ed eterodiretta dalla Serbia di Slobodan Milosevic. Nel 1993 Srebrenica era stata dichiarata “area di sicurezza” e posta sotto la protezione delle Nazioni Unite: rimase tutto sulla carta, quando arrivarono i cetnici.

A Potočari, pochi km prima di Srebrenica, la popolazione bosgnacca aveva cercato rifugio nella base Onu presidiata da qualche centinaio di soldati olandesi, tanto ignavi quanto impotenti: Mladic, immortalato mentre distribuiva cibo e accarezzava i fanciulli rassicurandoli, giunto sul posto ordinò di deportare donne, anziani e bambini, e di identificare gli uomini dai 17 ai 60 anni e separarli dalle famiglie, essendo probabile che tra loro si nascondessero “criminali”.

Fu l’inizio del genocidio. 8372 bosgnacchi, un numero ancora non definitivo, furono giustiziati e gettati in fosse comuni, in una carneficina durata giorni e allungatasi in quei boschi in cui alcuni avevano cercato di scappare; non tutti i corpi sono stati recuperati e identificati, con le ricerche e le scoperte di nuove fosse comuni che proseguono tutt’ora. Il genocidio di Srebrenica fu l’atto più sanguinoso della guerra di Bosnia, conflitto che si inserisce nella guerra di dissoluzione della ex Jugoslavia iniziata nel 1991 e conclusa con gli accordi di Dayton del 1995, da cui è uscita una pace precaria che ha sancito di fatto la divisione della Bosnia in due entità distinte, la Federazione bosniaco-croata e la Repubblica Serba, unite solo formalmente.

Questa separazione visitando la Bosnia è facilmente percepibile, e quella che un tempo era la repubblica più multiculturale della Jugoslavia, una sua rappresentazione in piccolo, un’unione pacifica di cattolici di etnia croata, musulmani bosgnacchi e ortodossi serbi adesso è un luogo di separazione e rancori, sebbene le bombe non esplodano più. Srebrenica oggi è un luogo spettrale, arroccata su verdi montagne la cui terra si è tinta del sangue di persone uccise in una guerra feroce fomentata dall’odio etnico e religioso di un nazionalismo esasperato.

Delle quasi 100.000 vittime del conflitto dei Balcani, più del 60% furono musulmani, ma tremende violenze furono compiute anche nei confronti dei croati, come a Vukovar nel 1991, e dei serbi, come nella pulizia etnica attuata dalla Croazia di Tudjman in Krajina nell’agosto 1995. L’Europa e l’Occidente tennero un atteggiamento ambiguo, ondulatorio, fino alla definitiva capitolazione morale nel massacro di Srebrenica, il “fondo del fondo dell’umiliazione” come scrisse l’Indipendent: l’Onu, con la sua non azione, fu carnefice tanto quanto Mladic, con la differenza che almeno quest’ultimo ha ricevuto una condanna dal Tribunale Internazionale dell’Aia, insieme a Karadzic e ad altri criminali di guerra.

Il pianto delle madri di Srebrenica, di quelle donne che da 25 anni versano lacrime, per quelle che hanno la fortuna di farlo, sulla tomba dei propri figli, padri, fratelli e mariti è il pianto di tutti noi, i quali abbiamo il dovere di conservare la memoria di quanto avvenuto al di là del placido mar Adriatico. Il nazionalismo e la xenofobia sono piante che generano frutti avvelenati, e Srebrenica e la guerra nella ex Jugoslavia stanno lì a dimostrarcelo, obbligandoci anche a diffidare di chi li caldeggia per promuovere un mondo di contrasti: come ha scritto Paolo Rumiz, “l’odio esplode solo se c’è qualcuno che decide di servirsene”.

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