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“Saguaro”

Sono giorni di isolamento ma non per tutti. Giorni di immobilismo fisico, non mentale.
Di seguito pubblichiamo la riflessione di Bernardo Baccani, Dottore fiorentino in servizio all’ospedale Policlinico Le Scotte di Siena, avvolto e coinvolto come ogni suo collega nell’emergenza Covid-19. Un pensiero, il suo, messo nero su bianco in una notte di insonnia, come ne staranno passando migliaia di italiani che vedono accumularsi interrogativi, inquietudini, speranze. “Saguaro”, il titolo del pezzo, cosa è? Un’occasione, anzitutto. Come un fiore o una pianta che cresce nell’aridità del deserto, anche noi possiamo trovare un rinascimento in questi tempi bui, qui ed ora.

“Le sofferenze, le disgrazie, i momenti più brutti della vita costituiscono anche un’enorme occasione di crescita per l’individuo.  La nostra esistenza è ineluttabilmente duale. Non esiste la gioia senza il dolore, essi sono inseparabili.

Citando Khalil Gibran “La coppa in cui versate il vostro vino non è la stessa coppa cotta nel forno del vasaio? E il liuto che addolcisce il vostro spirito non è lo stesso legno intagliato dal coltello?”

É proprio così: la nostra esistenza è assimilabile ad un pendolo, che oscilla da un estremo a un altro attraverso pensieri e azioni. Quello che sta accadendo all’umanità in questo momento storico è allora sì una calamità, ma anche una grande occasione.

L’occasione di ricostruire la scala dei valori, di chiarire che il beniamino esaltato negli stadi è in fondo solo un bravo atleta e che scontrarsi rabbiosamente fra di noi in qualsiasi contesto è davvero un esercizio futile.  L’occasione di riavvicinarsi alla natura, a piccoli passi, cercando di capirla e non calpestarla ciecamente per questo o quel fine di turno.

L’occasione di riscoprire l’osservazione come estensione dell’attenzione e non come atto meramente finalistico. Quante persone si sono emozionate nel vedere gli animali riprendersi i parchi, fare capolino nelle strade deserte e nuotare nei porti dopo meno di un mese di libertà. Quanto è vergognosa la rivelazione della realtà che ci circonda, dal mondo dello sport all’economia, ora che sono nudi e crudi di fronte ai nostri occhi, spogli dei vezzi che vi dedicavamo?

Perché?
Perché in fondo una piccola parte di noi, quella più intima, sconosciuta, reale, quando le viene dato lo spazio ovvero quando tutto si ferma fuori e dentro di noi, di colpo emerge, chiarisce i contrasti e spazza via il vento dell’incertezza.

È allora l’occasione di rallentare, di respirare, di comprendere come il ritmo esistenziale della nostra specie sia in realtà molto più naturale alla radice di quello che gli avevamo imposto.

Ripensando alla vita di prima, così vicina ma anche così lontana, tutto appare folle, insensato, caotico, come se niente fosse mai stato al suo posto in un orgiastico intrecciarsi di azioni, sentimenti, passioni, depressioni ed esaltazioni.
Noi umani siamo una specie fallita, condannata ad una inesorabile corsa verso l’autodistruzione, è evidente.

Se c’è una speranza però, paradossalmente, la si intravede proprio ora, nelle lunghe giornate costretti in casa fra gli echi del dolore e i numeri che quotidianamente aspettiamo, aneliamo, per “saperne qualcosa di più”, nella preziosa passeggiata col cane attorno a casa, nello sguardo di intesa che si intravede nei concittadini sconosciuti, nel sentirsi parte di qualcosa che prima non si sapeva esistesse, perché sepolto dalle nostre agende, dalle nostre ambizioni.

Allora facciamo tesoro di questi tempi bui, cerchiamo di tirare fuori il meglio di noi, di trovare l’alba dentro l’imbrunire. Ricordiamoci quanto questa lentezza sia vitale per Essere, per tornare ad essere umani, a molto prima di dove ci eravamo lasciati. “C’è un legame stretto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio” diceva Kundera.

Sogno che impareremo la lezione, che ricorderemo dove si nascondono alcune risorse della vita, che #andratuttobene ma anche che #nonandrapiututtomale.
Purtroppo verosimilmente non sarà così e forse andrà anche peggio, non appena la routine riparerà l’aspirapolvere e ci risucchierà di nuovo nell’eterno ciclo di quella che chiamiamo vita.”

Bernardo Baccani

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