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Il silenzio dei COLPEVOLI

Venerdì scorso la ministra dell’Interno inglese Priti Patel ha mandato Julian Assange all’inferno dando il via libera all’estradizione negli Usa. Oltreoceano il fondatore di Wikileaks rischia 175 anni di carcere per aver fatto il suo dovere di giornalista, violando però una draconiana legge del 1917 sullo spionaggio e soprattutto sbattendo di fronte agli occhi del mondo il lato nero degli Stati Uniti e della loro politica estera.

Sembra dunque destinato a proseguire il calvario che da 11 anni impedisce ad Assange, che nessun reato ha sino ad ora commesso, di godere della libertà; l’ultima spiaggia resta ora la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, a cui la famiglia pare intenzionata a fare ricorso.

“Il segretario di Stato ha il dovere di firmare un ordine di estradizione, se non ci sono basi legali che proibiscano di farlo”, ha affermato l’Home Office britannico nel proprio comunicato.

In realtà, come ha ricordato Stefania Maurizi sul Fatto Quotidiano, le basi ci sono eccome, ma vengono da anni sistematicamente ignorate. Già nel 2015 il Working Group on Arbitrary Detention delle Nazioni Unite stabilì che Assange era detenuto arbitrariamente da Regno Unito e Svezia, e che di conseguenza i due paesi dovevano liberarlo e pure risarcirlo.

Londra se ne infischiò altamente dell’autorevole parere dell’Onu, così come più di recente non ha fatto una piega di fronte alle denunce delle organizzazioni per i diritti umani, da Amnesty International a Human Right Watch; persino una coalizione di 300 medici di 35 paesi ha chiesto alla ministra Patel di “non essere complice, lei il suo governo e il suo Paese, nell’esecuzione lenta di questo giornalista”. 

Niente da fare. La Gran Bretagna ha svolto fedelmente il suo ruolo di fidato alleato (leggasi servo) degli Usa, e tutti gli altri concubini di Washington, dalla UE ai paesi Nato, passando naturalmente per l’Italia, si sono accodati nella condanna di Assange e nel rifiuto categorico di dargli asilo.

Figure come quella di Stefania Maurizi, autrice del libro “Il potere segreto”, sono del tutto isolate, tant’è vero che per continuare a parlare di Assange la giornalista ha dovuto abbandonare la ormai insostenibile aria del gruppo Espresso-la Repubblica. Il silenzio complice e colpevole è la caratteristica principale della cosiddetta stampa libera di casa nostra: basta vedere come alcuni giornali hanno accolto la notizia dell’ok all’estradizione.

Molti ne hanno taciuto, alcuni, tipo la già citata Repubblica, hanno riservato alla vicenda tre righe a pagina sette.

Non tutti però si sono rifugiati nella meschina indifferenza, perché c’è chi non ha avuto timore di esporsi al pubblico ludibrio e giocare a carte scoperte sulla propria posizione di tappetino degli Stati Uniti: è il caso del Foglio, giornale con più giornalisti (tra cui quel Giuliano Ferrara un tempo al soldo della Cia) che lettori, che ha ribadito come Assange sia un hacker da mettere al gabbio, un criminale che ha violato segreti di Stato e che deve accettare, senza nulla da temere, di essere processato nella “patria del giusto processo”.

Questi cortigiani travestiti da giornalisti sono gli stessi pronti ad indignarsi per la persecuzione di dissidenti come Navalny, per la censura del dissenso all’interno della stampa russa o di altri paesi nemici dell’Occidente e dei nostri valori. Dobbiamo preservare la purezza ideologica e democratica che caratterizza il mondo a ovest di Leopoli: mica si può permettere a qualche libero giornalista di rivelare i segreti del potere!

Sennò come faremmo a mantenere prigioni di tortura come Guantànamo, a invadere stati sovrani massacrandone impunemente i civili, a spiare la popolazione in sprezzo ad ogni diritto civile? Dobbiamo tutti provare vergogna, e sentirci tremendamente colpevoli per quanto sta succedendo. Ci crediamo innocenti, ma siamo responsabili anche noi se non facciamo sentire la nostra voce di protesta nei confronti di un’ingiustizia tremenda che colpisce al cuore la libertà di stampa, la libertà d’informazione e ogni senso dell’etica creando un pericolosissimo precedente.

Non smettere di lottare Julian Assange, che c’è ancora chi ha voglia di combattere al tuo fianco per creare un mondo migliore.

Collettivo Giovani Impruneta

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