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I fantasmi di Sarajevo

Quando il sole cala oltre le alture ad ovest, e nelle ultime luci del giorno i muezzin richiamano alla preghiera dalla foresta di minareti che copre la città, Sarajevo è davvero uno dei posti più magici del mondo. In una valle che ha saputo essere culla e prigione, tra i monti che cingono la città a metà tra un abbraccio e una morsa sinistra, nell’incontro di edifici e monumenti appartenenti a più religioni e culture, questo luogo ruba il cuore di chi lo visita: la capitale bosniaca è femmina, il nome Sarajo deriva dalla parola gineceo, perché nell’idea di Gazi Husrev-Beg, il conquistatore per conto di Solimano il Magnifico, Sarajo doveva essere “il giardino delle spose”.

Eppure, dietro l’apparente bellezza fatta di suggestioni Sarajevo cova tensioni e rancori mai sopiti negli ultimi trent’anni. Quando la Bosnia-Erzegovina ha smesso di essere dilaniata dalla più tremenda guerra dalla fine del secondo conflitto mondiale, nel 1995, ne è uscita divisa come era nella mente e nei progetti di coloro che nel baratro bellico ce l’avevano portata. Dopo oltre 100.000 morti e due milioni di profughi, gli accordi di Dayton crearono uno stato unito solo in teoria, poiché in pratica diviso nella Federazione bosniaco-croata con capitale Sarajevo e nella Republika Srpska con capitale Banja Luka; la Costituzione è un documento scritto in inglese, la presidenza della federazione è tripartita e occupata a turno da un rappresentante delle tre etnie, a vigilare sul rispetto degli accordi di pace vi è un Alto Rappresentante per le Nazioni Unite con ampi poteri esecutivi. 

Le due entità statuali interne al paese non si parlano, ma di fatto anche i croati e i bosniaci musulmani, uniti formalmente nella Federazione, si sono progressivamente allontanati fino a ricreare i solchi della guerra: si prenda d’esempio Mostar, città dell’Erzegovina divisa dal famoso ponte dove i croati vivono su una sponda e i bosgnacchi sull’altra. Nella stessa Sarajevo gli incontri etnici, i matrimoni misti e la convivenza armoniosa sono un lontano ricordo di prima della guerra.

Le comunità serba, croata e musulmana vivono del tutto separate, con quest’ultima che è in netta prevalenza e sta imponendo negli ultimi anni un’egemonia autoritaria sotto il punto di vista culturale e sociale. La Bosnia, e Sarajevo nello specifico, erano considerate una piccola riproduzione della Jugoslavia, un universo dove diverse religioni ed etnie vivevano insieme pacificamente. La dissoluzione della creatura di Tito ha spezzato via il sogno del multiculturalismo in un unico stato, e la brutale guerra bosniaca, al pari di quella in Croazia scoppiata nel 1991, ha gettato di fronte agli occhi di un’Europa pavida e impreparata orrori e bestialità che non si vedevano dagli anni ’40.

Pulizie etniche, stupri, campi di concentramento, cecchini, torture e violenze inimmaginabili hanno accompagnato la dissoluzione della Jugoslavia, e hanno avuto i due elementi di maggior impatto e risalto nel genocidio di Srebrenica e nell’assedio di Sarajevo, durato 1425 giorni: del primo si ricordano in questi giorni i ventisette anni, mentre del secondo si sono celebrate il 5 aprile le tre decadi dall’inizio.

Il precario equilibrio su cui la Bosnia si regge da trent’anni vacilla ogni giorno di più. I serbi guidati dall’ultranazionalista Milorad Dodik minacciano costantemente la secessione, col sogno di unirsi alla grande madre Serbia. Dodik è erede del criminale di guerra Radovan Karadzic, fondatore nel 1992 della Republika Srpska e teorico principale dello sterminio della popolazione musulmana, da poco più di un anno detenuto all’ergastolo nel carcere di massima sicurezza sull’isola di Wight.

Nel territorio dei serbi di Bosnia i conti con il passato non sono mai stati fatti, o se ciò è accaduto è stato per soffiare nuovamente sul fuoco e difendere crimini e criminali di guerra. Molti di questi sono oggi a piede libero, fanno una vita normale e portano figli e nipoti a scuola con la stessa tranquillità con cui trent’anni fa stupravano, mutilavano e ammassavano cadaveri nelle acque della Drina. 

La Bosnia del nuovo millennio, oltre ad essere una polveriera, è uno dei paesi più poveri d’Europa. La disoccupazione è a livelli altissimi, la corruzione dilaga, non ci sono prospettive per i giovani – che infatti in gran numero fuggono oltreconfine- e l’ingresso nella UE di cui si è parlato a lungo è su un binario morto. Gli odi che i leader del 1992 seppero abilmente disseppellire per scatenare il conflitto sono stati depotenziati, ma non se ne sono mai andati.

Il rischio che nel paese torni a scorrere il sangue è “estremamente realistico”, come denunciato a fine 2021 dall’Alto Rappresentante Onu Christian Schmidt. Questi fantasmi di morte, guardando il sole che cala sui minareti di Sarajevo non si vedono. Ma sono ovunque nell’aria, e rendono il futuro bosniaco nero come la notte.

Redazione

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