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“Il paese più bello del mondo”

Nessuno può obiettare sul fatto che il coronavirus è stato trasversale, interclassista e internazionale. Non vi sono state barriere di censo o muri virtuali tra nazioni e popoli che hanno potuto arrestare questa pandemia, rendendola una sciagura comune. L’estrema uguaglianza del Covid ha trovato un unico punto di scissione nella possibilità per alcuni di attraversare il rigore della quarantena circondati non dal cemento ma dal verde, grazie all’enorme fortuna di vivere in campagna.

Nelle settimane di clausura monastica le possibilità di godere dei paesaggi agresti sono state pressoché nulle, sebbene già affacciarsi alla finestra potesse dare un po’ di sollievo, ma nei periodi in cui le maglie dei decreti erano più larghe, all’inizio e alla fine della fase uno, all’interno del proprio comune si è potuto muoversi in libertà e riscoprire la natura attraverso lunghe passeggiate. Fortuna nella fortuna, vivere all’Impruneta ha permesso di attraversare i sentieri di un territorio magico, dove lo spettacolo di boschi, vigne e uliveti si unisce a storia ed aneddoti, dando ragione al compianto Leo Codacci che nel 1958 dedicava alla madre il libro “Il più bel paese del mondo”.

I percorsi di collegamento tra il capoluogo e le frazioni, tracciati da alcune associazioni imprunetine nel 2019 e raccolti in una splendida pubblicazione, sono solo la punta di un iceberg di sentieristica locale dalla straordinaria varietà e bellezza: Impruneta la si conosce attraversandola, con i sensi protesi verso un universo di profumi, colori e sensazioni.

Il punto più alto del paese, il monte di piazza, lo si raggiunge con pazienza dopo una ripidissima salita che d’improvviso s’impenna dal cimitero di Picchirillo. Firenze e la cupola del Brunelleschi sembrano a portata di dito dalla cima, e se si scavalla e si prende il ciottoloso sentiero di sinistra si scende fino a Tenda, vegliati dai fitti pini che celano gli ingressi delle miniere di rame e catturati dalla vallata sancascianese.

Anche la seconda vetta imprunetina, il monte delle Sante Marie, richiede un’arrampicata di fatica, ripagata con gli interessi quando una volta giunti in cima ci si accorge di dominare con lo sguardo tutta la piana fiorentina; si può poi riscendere da dietro al cimitero, dove la discesa ti prende veloce ma non abbastanza da non poter puntare lo sguardo verso l’infinito orizzonte e gli ulivi d’intorno, o da dietro alla croce, in cui uno stretto viottolo riconduce alla Docciolina e permette di godere di quella che per distacco è la più bella vista del centro storico.

A sud del paese, superata la terza piazza, un regno di fascino chiamato Sodera accoglie i visitatori tra aie contadine, silenzio e molteplici strade che vi si diramano come in un dedalo; all’inizio di via dei Tafani, prima di scendere giù “da Ciuffo”, due cipressi delimitano l’ingresso di uno stretto sentiero, come colonne d’Ercole di fronte a cui si diventa tutti Ulisse e non si riesce a frenare la curiosità: dopo pochi minuti tra rovi e cespugli, il bosco si apre in una radura baciata dal sole, quel “piazzale delle streghe” che ogni imprunetino ha vissuto in epoche diverse della vita e in cui il grande masso, mai fiaccato dal tempo, diventa rupe di vedetta e ancestrali leggende.

Scegliendo il versante di levante, come non scendere nel bosco di Caldaia, laddove l’acqua sgorga senza sosta e il confine tra la luce e il buio, all’ingresso delle miniere ricche di pepite, si fa sottilissimo. A ovest la valle di Sorrettole, con il suo lago e l’apparente impenetrabilità, accompagna la caduta del sole. A nord i percorsi sono tanti e diversi, dalla schiva e sorniona valle di Campiano alla ridente strada di Quintole, accarezzata dal verde dei prati e custode più vera dello spirito primaverile, celebrato in quella sagra delle frittelle il cui odore rimanda a don Staccioli e al suono lento delle campane della pieve romanica.

In ognuno di questi luoghi di Impruneta, e in ognuno dei tanti altri che non possono essere citati in un breve articolo, se ci si ferma per un po’ con la mente libera dai pensieri e gli occhi pieni della stupefacente natura, si può sentirsi riappacificati col mondo, si può provare la leggerezza di volare in un cielo di serenità e gioia di vivere sotto la spinta di quel vento proverbiale che sul colle non cessa quasi mai di soffiare; in questo nirvana dello spirito, rimettendo solo per un istante in attività il pensiero, viene facile ricordare le parole di Leo Codacci:

“Mentre ringrazio Iddio d’avermi fatto italiano e toscano, gli sono specialissimamente grato d’avermi fatto imprunetino”.

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