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Le ragioni del NO

Il 20 e 21 settembre saremo chiamati alle urne, oltre che per le regionali, per scegliere tra il Sì e il No al referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. Inizialmente previsto per il 29 marzo e rinviato causa Covid, il referendum è conseguenza dell’azione di 71 senatori che hanno depositato nel gennaio 2020 la richiesta di approvazione popolare, dal momento che la legge in seconda deliberazione non ha avuto la maggioranza qualificata di due terzi di ciascuna camera.

Così come per il referendum del 2016, anche stavolta la nostra posizione di Collettivo è attestata sul fronte del No. Sono due battaglie molto diverse, non paragonabili sul piano del peso in sé della riforma e delle conseguenze di una sua approvazione, e dunque diverso è stato anche l’impegno profuso; nel 2016 promuovemmo già in primavera la nascita del comitato imprunetino del No, e da settembre fino a dicembre la campagna sul territorio fu massiccia, con volantini portati anche oltre i confini comunali, gazebo nelle piazze e molteplici post su Facebook, oltre ad un paio di articoli su questa rubrica.

Quattro anni fa eravamo di fronte ad un pericolosissimo tentativo di stupro della Costituzione, ad una riforma pasticciata e mal scritta che andava a stravolgere il sistema democratico italiano e che, in aggiunta alla tremenda legge elettorale ribattezzata Italicum, portava il nostro Paese sulla strada di una trasformazione sul modello della Turchia di Erdogan. 

Per questo referendum siamo chiamati a giudicare una proposta costituzionale molto più blanda e meno invasiva, ma in grado ugualmente a nostro giudizio di creare pesanti danni al sistema democratico. Il taglio del 37% dei parlamentari è una misura tanto dannosa quanto inutile, poiché sulla bilancia il piatto della perdita della rappresentatività è ben più pesante di quello del risparmio: a fronte di un guadagno per le nostre tasche di un caffè all’anno, pari allo 0,007% del bilancio dello Stato, vi è la consistente perdita di rappresentatività del parlamento, con la trasformazione dell’Italia nel peggior Paese europeo per il rapporto elettori/eletti (ci sarebbe un deputato ogni 150.000 abitanti e un senatore ogni 300.000).

La sforbiciata trasversale dei parlamentari è uno sparare nel mucchio che si propone di migliorare la classe dirigente e ridurre i tempi di approvazione delle leggi, infrangendosi tuttavia nella realtà dei fatti che vede il nostro Parlamento come quello più produttivo d’Europa. La politica non migliorerà di certo con una diminuzione dei suoi esponenti, se i primi a cambiare non saremo noi elettori.

Una cittadinanza ignorante, disinformata e spesso impregnata di egoismo e illegalità non può che generare una classe politica con le medesime caratteristiche, e pensare di eliminare il marcio togliendo di mezzo una parte degli eletti è una strategia miope e semplicistica, buona solo per ridurre i problemi italiani a vuote questioni numeriche.

Non c’è dubbio che la politica abbia fatto di tutto in questi anni per allontanarsi dalla gente, e che il vento dell’anti-casta trovi una giustificazione nei tanti, troppi comportamenti deprecabili ai quali abbiamo dovuto assistere nei palazzi del potere; ci sono questioni morali delle quali è giusto parlare, come il taglio dei vitalizi e degli stipendi, misure con le quali si sarebbe potuto ottenere lo stesso risparmio del taglio dei parlamentari ma senza mettere in pericolo la rappresentanza.

Invece si è scelta la strada di una riforma becera e propagandistica, un attacco alla sovranità popolare intorno al quale la maggior parte dei partiti ha dato uno spettacolo disgustoso. Alcuni a destra stanno cambiando idea addirittura in extremis, altri sostengono il No solo per provare a dare una spallata al governo, mentre i responsabili della nefasta riforma del 2016, ovvero Renzi e la brigata di Italia Viva, si tengono nel pavido limbo dell’indecisione. Il Pd come sempre fa il bagno nel ridicolo, e dopo aver cambiato due volte il voto in Parlamento adesso si schiera per il Sì, nel tentativo come ha detto Saviano di salvare il governo e soprattutto di non scomparire; la base però si schiera in gran parte per il No, lasciando i dirigenti in una triste e moscia campagna solitaria.

Se vogliamo una politica diversa, i primi a cambiare dobbiamo essere noi. Troppo facile scappare nella via semplice del “tanto sono tutti ladri, meno ce n’è e meglio è”. Così facendo colpiamo soltanto la democrazia, ovvero ci togliamo la terra su cui poggiamo i piedi, in una deriva che una volta innescata sarà sempre più difficile da arrestare.

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